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Italia | Piemonte | Le residenze sabaude

31 agosto 2026 |

I Savoia, quando erano ancora solo i regnanti del Ducato che prendeva il loro nome, regnavano da Torino. Il Ducato duro' dal 1416 al 1847 e la capitale fu in origine Chambery (fino al 1563) e poi, appunto, Torino, che rimase poi capitale del Regno di Sardegna. In quanto regnanti costruirono un buon numeri di edifici degni di nota, molti dei quali oggi aperti al pubblico o comunque utilizzati come spazi pubblici di grande valore storico e architettonico. Dal 2017 sono in gran parte Patrimonio dell'umanita'.

L'obiettivo era soprattutto dare a Torino la forma di una vera e propria capitale, sia per imponenza che per struttura. Infatti non fu solo un'opera di costruzione di residenze (in alcuni casi si trattava di ristrutturazioni di edifici esistenti) ma anche della costruzione di un sistema viario che permettesse di raggiungere la capitale dalle altre parti del ducato.

Benche' tra le residenze sabaude si possano annoverare anche i palazzi tutt'ora inseriti nella zona urbana di Torino, compresi il Palazzo Reale e Palazzo Madama, si tende a indicare con la terminologia "residenze sabaude" quelle al di fuori della citta'. Insomma, le destinazioni perfette per una gita domenicale.

Il modo migliore per conoscere cosa e' visitabile quando e quali mostre sono in corso e' andare sul sito ufficiale del consorzio delle residenze sabaude del Piemonte: https://residenzerealisabaude.com/

Quello in assoluto piu' conosciuto e meritevole di una visita e' la Reggia di Venaria Reale con il suo parco della Mandria (e annesso castello). La reggia ospita una mostra permanente degli alloggi, compresa la famosa Galleria Grande e il Bucintoro dei Savoia. Biglietti e informazioni sulle mostre in corso sono disponibili sul sito https://lavenaria.it/







Abbiamo poi la palazzina di caccia di Stupinigi. Anche questa residenza e' oggi uno spazio per mostre. I biglietti e informazioni sono disponibili al sito https://www.ordinemauriziano.it/.

Degno di nota il Castello di Pollenzo, a Bra, che ospita l'Universita' di scienze gastronomiche, universita' privata nata nel 2004 sulla spinta di Carlo Petrini e del movimento SlowFood. Insieme al Castello di Govone (sede del comune), si trova in provincia di Cuneo.

Castello di Moncallieri


Seguono il castello di Racconigi (visitabile), il castello di Rivoli (incompiuto, ospita un museo di arte contemporanea), il castello di Moncallieri (ospita principalmente una caserma e puo' essere visitato il weekend su prenotazione) e il castello di Aglie' (che ospita la direzione musei del Piemonte ed e' a volte visitabile).

Italia | Friuli-Venezia-Giulia | Trieste, citta' di confine

14 giugno 2025 |
 
Trieste e' innanzitutto una citta' di mare e, piu' che altrove, una citta' di confine. E' cosi' di confine che e' quasi spostata, oltre quella curva del perimetro dell'Italia che altrimenti la escluderebbe. La sua definitiva appartenenza all'Italia e' cosa recente e questo ne ha segnato la storia del '900.

Architettonicamente parlando, la piazza Unita' d'Italia e' sicuramente una delle piu' suggestive della penisola e da sola merita la sosta. Trieste e' poi la citta' del caffe' e dei caffe' (la famiglia Illy e' di queste parti) con il lessico ad esso legato, ed e' ovviamente la citta' della bora.

Storicamente, Trieste ha avuto parecchie trasformazioni. Nel 1719 gli austriaci ne fecero porto franco e questo favori' l'arrivo di numerosi immigrati dal bacino adriatico (istriani, veneti, dalmati, friulani e sloveni), dall'Europa continentale (austriaci, ungheresi) e dai balcani (serbi, greci). Con l'arrivo di Napoleone a cavallo tra '700 e '800, Trieste venne occupata ripetutamente e perse lo status di porto franco. Nel 1813 torno' agli Asburgo e divenne in tutto e per tutto una citta' austro-ungarica, per importanza la quarta dopo Vienna, Budapest e Praga e primo porto dell'impero.

Il movimento dell'irredentismo italiano, movimento che aspirava all'unione territoriale dell'Italia e la liberazione delle terre sotto dominio straniero, fece di Trieste uno dei principali argomenti di lotta, soprattutto a partire dalla fine dell'800. Queste idee si fecero ancora piu' forti con la terza guerra d'indipendenza italiana (1866) che porto' all'annessione del Veneto al Regno d'Italia. A detta degli irredentisti, mancava solo Trieste. Gli austriaci da parte loro non erano ovviamente d'accordo e, anzi, intensificarono le azioni volte a sradicare il gruppo etnico italiano. 

Con la fine della Prima guerra mondiale il 4 novembre 1918, Trieste viene occupata dal Regio Esercito e viene imposto il coprifuoco. Le truppe italiane occuparono anche parte della Dalmazia, promessa all'Italia dal Patto di Londra del 1915 tra governo italiano e Triplice Intesa. Trieste passa all'Italia solo nel novembre del 1920 con il Trattato di Rapallo, inglobando nel proprio territorio provinciale zone dell'ex Contea Principesca di Gorizia e Gradisca, dell'Istria e della Carniola. Il porto perse di importanza, la citta' cadde in depressione e divenne gradualmente meno tedesca e piu' italiana, complice la massiccia emigrazione dovuta anche alle difficolta' economiche della citta'. Il fascismo insistette sulla cancellazione delle tracce slave e germanofone della citta', anche con il cambio dei cognomi non italiani, politiche che fecero nascere in quegli anni gruppi indipendentisti e antifascisti attivi nella zona, anche con attentati contro la popolazione civile, per la difesa delle origini slovene e non italiane della cultura locale.

La seconda guerra mondiale, in particolare dal 1942, vide una particolare violenza squadrista a Trieste, soprattutto nei confronti della popolazione ebrea della citta', e anche slava. Una delle localita' che divenne tristemente nota in questo periodo e' la Risiera di San Sabba, convertita in campo di concentramento tedesco (formalmente campo di detenzione di polizia). Fu di fatto l'unico campo di concentramento in Italia dotato di un forno crematorio.

Dopo l'armistizio del 1943, Trieste venne velocemente occupata dai tedeschi che li' costituirono la zona di controllo delle operazioni di guerra. La resistenza antifascista fu in particolare attiva con le unita' partigiane slovene.

Il ritiro dei tedeschi il 2 maggio per mano di truppe alleate neozelandesi coincise con l'arrivo in citta' delle truppe jugoslave, che gli abitanti italiani di Trieste sentivano ancora come occupanti, a differenza dei 30.000 abitanti di origine slovena che li considerarono i liberatori. Le truppe jugoslave vennero considerate formalmente i liberatori. Gli angloamericani invece ottennero la gestione del porto e le vie di comunicazione con l'Austria, perche' pensavano di sferrare da li' l'attacco al Reich (non si sapeva ancora del suicidio di Hitler e della fine del Reich).

Le truppe jugoslave gestirono l'immediato, imponendo il coprifuoco e arrestando chi era sospettato di non aderire all'ideologia comunista che guidava le brigate di Tito. Sono di questo periodo le foibe triestine, dove vennero uccisi prigionieri, militari e partigiani non comunisti. L'8 maggio Trieste fu proclamata citta' autonomia in seno alla Repubblica Federativa di Jugoslavia. I 9 giugno Tito, confermato che Stalin non era disposto a sostenerlo, accetto' di creare una zona A che comprendeva Trieste e Gorizia fino a Pola affidata all'amministrazione alleata, e una zona B che comprendeva l'Istria e Fiume sotto l'amministrazione della Repubblica Federale di Jugoslavia.

Il 10 febbraio 1947 viene firmato il Trattato di Parigi tra gli Alleati e l'Italia e viene istituto il Territorio Libero di Trieste (TLT). Le cose pero' rimasero molto ambigue fino al 5 ottobre 1954 quando il Memorandum di Londra chiarisce la zona A passarono all'amministrazione civile italiana mentre la zona B andavano alla Jugoslavia. Gli alleati, che mantenevano 10,000 soldati ango-americani, si ritirarono di conseguenza.

I confini vennero definiti con il Trattato di Osimo del 10 novembre 1975 tra Italia e Jugoslavia. Trieste rimase citta' di confine fino al 2007, quando la Slovenia e' entrata formalmente nello spazio Schengen (era gia' nell'UE dal 2004). 

Italia | Piemonte | Biella, Recetto di Candelo e Panoramica Zegna

11 febbraio 2025 |
 
La provincia di Biella non e' una destinazione turistica di massa ma meriterebbe di essere rivalutata e sicuramente scoperta, almeno da chi passa da queste parti. Di per se' Biella e' una citta' piacevole, di dimensioni ridotte (non supera i 50.000 abitanti). La storia di Biella e' legata alla lavorazione della lana, si trovano infatti in questa zona numerosi lanifici, uno tra tanti Ermenegildo Zegna, di cui si parla piu' sotto.

Una delle attrattive piu' conosciute in zona e' il Recetto di Candelo, situato appunto a Candelo, appena fuori dai limiti della citta' di Biella. Il Recetto e' in pratica una piccola cittadella di epoca medievale che aveva l'obiettivo di fornire protezione al signore locale (che lo utilizzava come magazzino) e per la popolazione in caso di attacchi. Ne esistono altri in Italia, ma questo e' particolarmente ben conservato.

La vera star della provincia di Biella e' pero' la Panoramica Zegna, una strada panoramica (la Strada Statale 232) valorizzata appunto dal lanificio Ermenegildo Zegna che qui ha la sua sede storica. La strada attraversa un'area protetta denominata Oasi Zegna, che si estende per oltre 100 km².

La Panoramica Zegna inizia formalmente a Villanova Biellese ma entra nell'Oasi Zegna a Trivero Valdilana, dove nel 1910 Zegna fondo' lo storico marchio e dove ancora oggi si trova la sede originale della fabbrica. La strada panoramica prosegue per circa 10 km fino a Bocchetto di Sessera (1382 mslm). La strada fu inaugurata il 10 dicembre 1938.

Oltre alla strada panoramica, percorribile in auto, in bicicletta o in moto, e gia' di per se' meritevole del viaggio, l'Oasi Zegna offre innumerevoli opportunita' tra percorsi naturalistici da fare a piedi, in mountain bike o a cavallo. La localita' Bielmonte e' anche una destinazione sciistica invernale. La Conca dei Rododedri, ricca di 500.000 piante variopinte, da il suo meglio tra meta' maggio e giugno.



sede storica del lanificio Zegna a Trivero Valdilana

sede storica del lanificio Zegna a Trivero Valdilana


Recetto di Candelo







Italia | Piemonte | Sacra di San Michele e Precettoria di Sant'Antonio di Ranverso

4 settembre 2024 |

All'imbocco della Val di Susa, anche solo passando in autostrada, si puo' ammirare una chiesa costruita su un cucuzzolo che gia' da lontano fa il suo figurone. E' la Sacra di San Michele, o meglio Abbazia di San Michele della Chiusa, arroccata sulla cima del monte Pirchiriano, a 960m di altitudine. Facile capire che questo panorama abbia ispirato il romanzo storico di Umberto Eco "Il nome della rosa".

Costruita tra il X e l'XI secondo e consacrata nel 1255, la Sacra di San Michele fu uno dei principali centri della spiritualita' benedettina in Italia (passo' poi ai padri rosminiani nel XIX secolo).

L'abbazia merita una visita sia da lontano, per apprezzarne la posizione e l'architettura, sia all'interno.









Poco lontano dalla Sacra di San Michele vale a pena fare una sosta alla Precettoria di Sant'Antonio di Ranverso, un edificio religioso fondato dall'Ordine ospedaliero di Sant'Antonio di Vienne. Risale al XII secolo e fu costruito in un punto strategico della Via Francigena, dove confluivano i percorsi dai vicini valichi di Moncenisio e Monginevro, prima di entrare a Rivoli e a Torino.



Italia | Piemonte | Abbazia dei Santi Nazario e Celso a San Nazzaro Sesia

30 agosto 2024 |
 
San Nazzano Sesia e' un comune di meno di mille abitanti in provincia di Novara, perso tra le risaie. Merita una visita per l'abbazia dei Santi Nazario e Celso, tra i più importanti esempi di gotico lombardo italiano.

L'abbazia, fondata nel 1040 nel luogo dove fin dall'epoca longobarda sorgeva un monastero dedicato agli stessi santi. L'amministrazione fu affidata ai monaci benedettini.
Nel 1400 l'abbazia fu fortificata e trasformata in un ricetto per la popolazione: fu quindi dotata di un fossato, di camminamenti e di mura.
Nel 1466 fu completamente ricostruita in stile gotico lombardo, in particolare la chiesa e il chiostro.
Con Napoleone e l'ordine di alienare proprieta' ecclesiastiche, parti dell'abbazia furono vendute a privati (tutt'ora private).
La parte piu' antica e' il campanile, che non subi' rimaneggiamenti ed e' quello originali del 1055. In caso di assedio poteva fungere da estrema difesa.
La chiesa, della fine del '400, presenta ancora le ali porticate originali, in stile romanico.

Italia | Piemonte | Il Principato di Lucedio

30 agosto 2024 |
 
Il Principato di Lucedio, oggi azienda agricola e spazio per eventi, si trova a Trino Vercellese (non lontano dallo scheletro dell'ex centrale nucleare) e ha una storia molto particolare. In pochi lo conoscono: e' un bene protetto dal FAI e visitabile secondo un calendario disponibile sul sito.

L'Abbazia di Lucedio fu fondata nel 1123 dai monaci Cistercensi: la zona era paludosa e i monaci erano risaputo si tirassero su il saio e lavorassero alacremente perche' dal loro lavoro dipendeva la sopravvivenza dell'Abbazia, ergo gli fu affidata con grande entusiasmo e loro in poco tempo misero tutto a posto, bonificarono le terre, voila', l'azienda agricola era nata.

I monaci ci sapevano fare con l'agricoltura e a meta' del '500 avviarono la coltivazione del riso, tra i primi in Italia a renderlo un prodotto commerciale. Il riso era gia' conosciuto in Italia, probabilmente gia' i mercanti arabi intorno all'anno mille lo avevano portato con se', sicuramente lo conoscevano i mercanti veneziani che si avventuravano direttamente in Oriente. Pero' per molto tempo fu considerato qualcosa di piu' vicino alla medicina che a un alimento. I monaci evidentemente ci vedevano lungo.

Lucedio fece da prototipo per le cosiddette grange, ovvero "granai", abitazioni o centri agricoli tipici del vercellese all'interno dei quali i monaci cistercensi distaccati dal convento bonificavano il terreno e lo rendevano adatto all'agricoltura. In pratica quando un proprietario terriero voleva rendere produttivi i propri possedimenti, chiamava l'abbazia che mandava un monaco, il granciere, a dirigere i lavori.  Evidentemente la Pianura Padana non fu creata a quadretti con i campi coltivati pronti per la raccolta, era invece molto piu' simile al Bosco delle Sorti della Partecipanza che si trova li' vicino e che rappresenta uno degli ultimi rimasugli delle foreste che prima del medioevo ricoprivano tutta la pianura. 
Lucedio, anche grazie a questo servizio di "consulenza", arrivo' a possedere terre anche nel Monferrato e nel Canavese.

L'Abbazia di Lucedio divenne un fiorente centro di potere politico e venne a trovarsi addirittura sulla Via Francigena: tre Papi la visitarono nei secoli, e non per assaggiarne il risotto. Il suo valore commerciale e politico la rese possedimento pregiato: prima proprieta' dei Gonzaga, poi dei Savoia e infine di Napoleone all'inizio del XIX secolo. Caduto Napoleone, le proprieta' di Lucedio vengono divise in lotti e cedute a vari personaggi, tra cui il padre di Camillo Benso, conte di Cavour. Curioso che proprio Camillo Benso in gioventu' fu poi mandato a Lucedio a "tranquillizzarsi" un po', su ordine del padre.
Nel 1861 il lotto con l'Abbazia passo' al Raffaele de Ferrari, duca di Galliera, al quale i Savoia conferirono il diritto di fregiarsi del titolo di Principe di Lucedio. Nasce cosi' la denominazione attuale "Principato di Lucedio".

Italia | Veneto | Padova e la cappella degli Scrovegni

27 agosto 2024 |
 
Padova, in Veneto, e' una localita' che merita una tappa, in particolare per l'egregia Cappella degli Scrovegni, che, insieme ai "Cicli di affreschi del XIV secolo di Padova" e' riconosciuta come Patrimonio dell'Umanita' dall'UNESCO. Oltre alla cappella, Padova e' molto piacevole da visitare, con i suoi portici, i caffe' storici, la basilica di Sant'Antonio e altre chiese degne di una sosta.

Il motivo per cui tutti visitano Padova e in particolare la cappella degli Scrovegni e' la serie di affreschi di Giotto che la decorano quasi interamente all'interno, risalenti ai primi anni del '300. La superficie affrescata e' di circa 700m² e rappresentarono per l'epoca una vera svolta per l'arte della pittura. La cappella era in origine privata, appunto della famiglia Scrovegni. Se uno dovesse chiedersi dove trovarono i soldi per pagare cotanto cobalto per la volta celeste (180m²), e' utile sapere che il padre, Reginaldo Scrovegni, del committente, Enrico, si era da poco guadagnato un ruolo addirittura nella Divina Commedia di Dante. All'inferno. In quanto usuraio.

Gli affreschi rappresentano tutta la vita di Gesu' e sono molto intuitivi da leggere, in questo senso sono molto simili ai cicli di affreschi di Assisi, anch'essi di Giotto. 

La storia degli affreschi e della sua conservazione sono raccontate in maniera molto efficace dal video introduttivo presentato ai visitatori nel tecnologico ingresso posto a difesa della cappella dalle impurita' e dagli agenti atmosferici. Per questo motivo, gli ingressi sono severamente regolamentati ed e' obbligatoria la prenotazione (https://cappelladegliscrovegni.it/), si consiglia con almeno una settimana di anticipo, soprattutto nei weekend (non e' comunque possibile acquistare il biglietto il giorno stesso).










Italia | Valle d'Aosta | Trekking in Val Veny e Val Ferret - Parte 2

21 settembre 2023 | | |

 Giorno 4 | Cascate Rutor - Laghi Belle Combe - Col di Tachuy - Rif. Deffeyez

Distanza: 24 km
Ascesa: 1871 m
Discesa: 1842 m
Altitudine massima: 2717 mslm








 Giorno 5 | Col Sapin - Passo Brigata Aosta

Distanza: 26 km
Ascesa: 2045 m
Discesa: 2248 m
Altitudine massima: 2893 mslm




 Giorno 6 | Tete Licony - Lago Licony

Distanza: 22 km
Ascesa: 1927 m
Discesa: 1642 m
Altitudine massima: 2941 mslm







 Giorno 7 | Becca Pouegnenta - Lago della Pietra Rossa - Lago d'Arpy

Distanza: 25 km
Ascesa: 2554 m
Discesa: 2313 m
Altitudine massima: 2840 mslm






 Giorno 8 | La Balme - Fourches de la Youlaz - Mont Fortin

Distanza: 27 km
Ascesa: 1992 m
Discesa: 2110 m
Altitudine massima: 2871 mslm